Alcune ragioni per il Sì al quesito referendario del 4 dicembre


di Bruno Manzi, Presidente Legautonomie Lazio

La riforma costituzionale oggetto del quesito referendario, in prima istanza, tende a ridurre la distanza tra i cittadini e le istituzioni, promuovendo in modo deciso la partecipazione di questi al processo legislativo e rafforzando gli strumenti che permettono di porre all’attenzione generale interessi specifici.

Per dare protagonismo ai cittadini su temi di interesse generale e favorirne la partecipazione alla definizione delle politiche pubbliche, da un lato viene rivisto lo strumento del Referendum abrogativo ampliandone l’efficacia attraverso l’introduzione di un nuovo quorum che ne determina la validità, ancorché a fronte di un aumento delle firme necessarie alla sua richiesta: il quorum viene abbassato in modo significativo “la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati” anziché “la maggioranza degli aventi diritto” (art. 75) purché le firme raccolte siano 800.000 anziché 500.000 (un esempio il Referendum “sulle trivelle” se fosse stato richiesto dai cittadini in quel numero sarebbe risultato valido). Dall’altro viene previsto lo strumento del referendum popolare propositivo e di quello d’indirizzo, nonché altre forme di consultazione (art. 71 c. 4).
Inoltre per dare spazio e promuovere il protagonismo, anche di interessi più circoscritti e offrire agli stessi l’opportunità di essere messi a confronto con la dimensione degli interessi generali viene stabilito che, se avanzate da almeno 150.000 elettori, le proposte di legge di iniziativa popolare siano esaminate dal Parlamento e sulle stesse si arrivi ad una deliberazione in tempi definiti e certi (art. 71 c. 3) non mortificando aspettative legittime di gruppi di cittadini che vedranno accolte totalmente o parzialmente o respinte le proprie richieste conoscendone le motivazioni poste a confronto con l’interesse generale (ad oggi nessuna proposta di legge di iniziativa popolare, a prescindere dalle firme che la sosteneva, è stata presa in considerazione dal Parlamento).
In secondo luogo viene rideterminato il ruolo ed il protagonismo delle comunità locali (comunali e regionali) nel processo legislativo, tra l’altro rendendo trasparenti i processi decisionali attualmente in essere.
Oggi una rilevante parte del bilancio dello Stato è allocata attraverso meccanismi opachi e non completamente trasparenti così come la definizione di norme in materie di primaria importanza per la qualità della vita dei cittadini (sanità, politiche sociali ed abitative, trasporto pubblico locale, livelli standard dei servizi pubblici e tantissimo altro). Infatti tali decisioni sono assunte in sede di Conferenze (Stato Regioni, Stato Citta, Unificata) dove siedono i rappresentanti delle Regioni e delle Province Autonome e quelli degli Enti Locali (Comuni e Province) individuati in piena autonomia dai Presidenti delle Regioni e delle Province Autonome e da quelli dell’ANCI e dell’UPI.
Con la riforma costituzionale il protagonismo e gli interessi delle comunità locali si esprimeranno nella sede del nuovo Senato i cui componenti saranno eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” (art. 57). Ai Senatori sono mantenute le garanzie costituzionali di cui all’art. 68 dell’attuale Costituzione (nel testo attualmente in vigore e modificato dopo l’esperienza di Tangentopoli) a salvaguardia della libertà delle opinioni, dei voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni e della libertà personale.
Vengono, anche, rideterminati i campi di intervento dello Stato e delle Regioni. Con la modifica dell’art. 117 si superano le materie per le quali è prevista una potestà legislativa concorrente ed esse vengono ricollocate consegnando tale potestà o allo Stato o alle Regioni. Tale riallocazione, in primo luogo recepisce i pronunciamenti della Corte Costituzionale che nel tempo è stata chiamata a dirimere la diversa interpretazione che, di volta in volta, hanno dato Stato e Regioni, in secondo luogo attribuisce in forma più coerente competenze allo Stato in materie che hanno la necessità di visione nazionale, sia in termini di omogeneità di previsione normativa sia in termini di difesa e valorizzazione degli interessi nazionali in sede Europea o Internazionale. Tali attività non possono essere lasciate in balia di troppe voci diverse, molto spesso contrastanti.
Il protagonismo delle comunità locali, inteso come rappresentazione unitaria degli interessi di cui le stesse sono portatici ed espressione, tende a rafforzare quelle più deboli, caratterizzate da una minor concentrazione di abitanti che tuttavia, nella maggior parte dei casi, svolgono un ruolo fondamentale nel nostro sistema Paese: le zone montane e quelle marginali, quelle a rischio di dissesto idrogeologico e terremoto.
In questo ambito è necessario sia dare piena attuazione alla riforma costituzionale, in modo particolare attuando la definitiva trasformazione delle Province in Aree Vaste, Enti esponenziali delle comunità locali e del Governo dei Comuni al servizio degli stessi, sia completare la Riforma aprendo ad una ridefinizione dei perimetri territoriali delle Regioni diminuendone il numero.
Con la Riforma costituzionale, viene ridefinito il rapporto tra il Parlamento ed il Governo, determinando un nuovo punto di equilibrio tra i due.
Da un lato viene rafforzata la capacità del Governo di attuare le politiche programmatiche dello stesso prevedendo un “disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione” (art. 72) ma contestualmente viene limitata fortemente la possibilità per lo stesso di accedere alla decretazione d’urgenza (art. 77) rideterminando, in questo modo, la centralità del Parlamento nella produzione legislativa.
Inoltre il Governo dovrà ricevere la fiducia dalla sola Camera: in tal modo viene a decadere quella incongruenza democratica che oggi e sotto gli occhi di tutti e che consiste nel fatto che i due Rami del Parlamento sono chiamati ad esprimere la fiducia ad un Governo pur potendosi verificare il caso che essi esprimano maggioranze che nella competizione elettorale erano contrapposte.
Nella riforma, contestualmente non vengono modificati i poteri del Presidente del Consiglio, mentre vengono rafforzate le garanzie: il Capo dello Stato non potrà più essere espressione della sola maggioranza parlamentare, come avviene oggi, le opposizioni saranno maggiormente garantite attraverso lo strumento dello “Statuto delle opposizioni”, i Giudici Costituzionali saranno eletti separatamente dalla Camera (3) e dal Senato (2) fermi restando quelli di nomina di competenza delle magistrature e del Presidente della Repubblica (eletto come sopra detto) ed inoltre le leggi elettorali dovranno promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza (artt. 55 e 122).
Per concludere, la Riforma costituzionale da risposte positive alle questioni alle quali il costituente del Carta del ’48 non ne poté dare: il coinvolgimento diretto dei cittadini nel processo legislativo attraverso istituti di democrazia diretta, un forte protagonismo dei territori e delle comunità locali e regionali, un Governo in grado di Governare pur in rapporto dialettico con il Parlamento espressione dei Partiti politici. Tali risposte non potevano allora essere fornite, nel modo come oggi è possibile, in considerazione del precedente periodo che vedeva l’Italia uscire da una dittatura plebiscitaria con un Governo autoritario e la guerra di liberazione che aveva profondamente diviso il Paese. Oggi quelle precondizioni non ci sono più e viviamo da un lato una democrazia più matura e consapevole, dall’altro lato il nostro ancoraggio europeo impedisce qualsiasi deriva autoritaria.
Infine, voglio rivolgere un pensiero a coloro che hanno espresso la loro intenzione di votare contro la Riforma collegando questa alla legge elettorale.
Sostengono, infatti, che l’Italicum non rispetta il dettato costituzionale e non dà attuazione alla decisione della Corte con la quale è stato dichiarato incostituzionale il Porcellum e che Essa, chiamata a pronunciarsi, esprimerà parere negativo anche su questa nuova legge elettorale.
Proprio per questo dovrebbero, invece, votare a favore.
Infatti, la Riforma prevede ed istituisce il cosiddetto controllo preventivo della Corte Costituzionale per “le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica” (art. 73). Tale parere viene espresso dalla Corte “su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o da almeno un terzo dei componenti del Senato della Repubblica” (art. 73). Quindi quale miglior garanzia per le minoranze di veder prese in considerazione le loro istanze ed avere una legge elettorale coerente con il dettato costituzionale?
I motivi che ho fin qui svolto sono alcuni tra i tanti dei motivi che rendono necessario che il 4 dicembre il Paese si esprima a favore della Riforma costituzionale votando Si al quesito referendario con forza, convinzione e determinazione di voler cambiare un sistema divenuto obsoleto ed inadeguato.

Intervista con Stefano Ceccanti. "Da 70 anni si attende un Senato delle Autonomie"

di Maria Enrica Rubino

Se l'esito del Referendum del 4 dicembre dovesse essere positivo, alcune materie di competenza delle Regioni diventerebbero di competenza esclusiva dello Stato, anche se tra i promotori del No c'è chi afferma che la definizione delle stesse non sia netta. Professore, in che modo inciderebbe la Riforma sull'aspetto dell'autonomia delle Regioni?
«L’aspetto chiave della Riforma non è tanto il cambiamento degli elenchi di materia, ma il nuovo Senato. Nessun elenco di materie, per quanto migliorato, sarebbe risolutivo se non si avesse un Senato composto da una larga maggioranza di consiglieri regionali, in grado di prendere posizione sulla legislazione e prevenendo, quindi, i conflitti davanti alla Corte costituzionale»

Stando alle critiche di alcuni sostenitori del No, la cosiddetta “clausola di supremazia” comporterebbe uno “strapotere” del Governo. A Suo avviso, potrebbe esserci un rischio concreto in tal senso?
«Anche negli Stati federali è prevista una clausola di tale tipo. Gli elenchi di materie non possono funzionare a prescindere: ci possono essere istanze unitarie in determinati contesti e periodi che richiedono un’uniformità complessiva. È quello che di fatto si è realizzato, in modo, però, incerto e surrettizio con la sussidiarietà legislativa introdotta dalla Corte e con il coordinamento della finanza pubblica. Molto meglio prevederla esplicitamente e regolarla»

Perché un amministratore dovrebbe votare Sì al Referendum?
«Perché è da 70 anni che si attende un Senato delle autonomie che dia responsabilità e dignità nazionale in Parlamento alle Autonomie»

Cosa pensa del ddl ‘Chiti Fornaro’ sul metodo di scelta dei futuri senatori?
«Penso che sia una delle soluzioni possibili coerenti con il nuovo dettato costituzionale che vuole i senatori eletti dai Consigli regionali in conformità alle scelte degli elettori»


  

Riforma Costituzionale, la soppressione del CNEL

Di Chiara Hassemer
Dottorata di ricerca - Università di Roma "Tor Vergata"


Tra le modifiche che apporterà la riforma costituzionale, qualora l’esito del referendum dovesse essere positivo, si rileva, nell’ambito della riduzione dei costi, la soppressione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (CNEL) ai sensi dell’articolo 28 del testo di legge costituzionale. Tale disposizione abroga l’articolo 99 della Costituzione che prevede il CNEL, organo di rilevanza costituzionale, ausiliario delle Camere e del Governo, titolare di poteri consultivi e del potere di iniziativa legislativa con particolare riferimento alle materie oggetto della legislazione in campo economico e sociale. L'istituzione del CNEL fu, infatti, determinata da una decisione dell'Assemblea costituente di escludere dalla composizione del Senato una rappresentanza della categorie professionali[1]. A tal fine, il CNEL è composto da esperti, esponenti qualificati della cultura economica, sociale e giuridica, e da rappresentanti delle categorie produttive in rappresentanza del lavoro dipendente, dei dirigenti e quadri pubblici e privati, del lavoro autonomo e delle imprese, delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato.
Attualmente la legge 30 dicembre 1986, n. 936, che ha sostituito ed abrogato la precedente disciplina della legge 5 gennaio 1957, n. 33, disciplina la composizione, le attribuzioni ed il funzionamento del CNEL. Ai sensi dell'articolo 17 della citata legge 936/1986 presso il CNEL è inoltre istituito l'archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro, nonché una banca dati sul mercato del lavoro, sui costi e sulle condizioni di lavoro, alla cui formazione ed aggiornamento concorrono gli enti pubblici che compiono istituzionalmente rilevazioni sulle suddette materie.
Come precisato anche nella relazione di accompagnamento al progetto di riforma costituzionale si dispone la soppressione del CNEL in quanto tale organo, nel corso degli anni, ha prodotto un numero ridotto di iniziative parlamentari; in oltre cinquant'anni di attività il Consiglio ha elaborato 970 documenti di cui 14 disegni di legge. Inoltre, tale organo non risulta essere più rispondente alle esigenze di raccordo con le categorie economiche e sociali che ne avevano determinato l’istituzione.
            I limitati poteri attribuiti al CNEL, principalmente di tipo consultivo a carattere facoltativo, lo hanno reso un organo di modesta rilevanza istituzionale con una struttura di supporto superiore rispetto alle proprie funzioni. Lo stesso Parlamento, nel corso delle ultime legislature, ha approvato una serie di interventi di contenimento della spesa che hanno riguardato anche gli stanziamenti previsti per il CNEL (articolo 5, comma 2, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111), nonché il trattamento economico dei suoi membri (articolo 5, comma 3, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122). Con l’articolo 17 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148 e poi con l’art. 23, commi 8-13, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214, è stata stabilita una riduzione del numero dei suoi componenti: attualmente il CNEL è composto da 64 membri; fino al 2011 i membri erano 121.
L’articolo 41 del testo di legge costituzionale stabilisce l’immediata applicazione della abrogazione dell’articolo 99, così come delle disposizioni finali e transitorie che disciplinano i profili amministrativi della soppressione del CNEL (art. 40, comma 1). Tali disposizioni prevedono nello specifico che, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, d’intesa con il Ministro dell’economia e delle finanze, nomini, con proprio decreto, un commissario straordinario cui affidare la gestione provvisoria del CNEL, per le attività relative al patrimonio, compreso quello immobiliare (come specificato nel corso dell’esame parlamentare) nonché per la riallocazione delle risorse umane e strumentali da operarsi presso la Corte dei conti e per gli altri adempimenti conseguenti alla soppressione. Infine, si prevede che all’atto dell’insediamento del commissario straordinario, decadano dall’incarico gli organi del CNEL e i suoi componenti per ogni funzione di istituto, compresa quella di rappresentanza. In sede attuativa andrà pertanto chiarita la titolarità nell’attribuzione di tali funzioni dopo la soppressione di tale organo.





[1] Come si rileva in G. Guzzetta - F. S. Marini, Lineamenti di diritto pubblico italiano ed europeo, Giappichelli, Torino, 2014, pag. 259.