Intervista con Stefano Ceccanti. "Da 70 anni si attende un Senato delle Autonomie"

di Maria Enrica Rubino

Se l'esito del Referendum del 4 dicembre dovesse essere positivo, alcune materie di competenza delle Regioni diventerebbero di competenza esclusiva dello Stato, anche se tra i promotori del No c'è chi afferma che la definizione delle stesse non sia netta. Professore, in che modo inciderebbe la Riforma sull'aspetto dell'autonomia delle Regioni?
«L’aspetto chiave della Riforma non è tanto il cambiamento degli elenchi di materia, ma il nuovo Senato. Nessun elenco di materie, per quanto migliorato, sarebbe risolutivo se non si avesse un Senato composto da una larga maggioranza di consiglieri regionali, in grado di prendere posizione sulla legislazione e prevenendo, quindi, i conflitti davanti alla Corte costituzionale»

Stando alle critiche di alcuni sostenitori del No, la cosiddetta “clausola di supremazia” comporterebbe uno “strapotere” del Governo. A Suo avviso, potrebbe esserci un rischio concreto in tal senso?
«Anche negli Stati federali è prevista una clausola di tale tipo. Gli elenchi di materie non possono funzionare a prescindere: ci possono essere istanze unitarie in determinati contesti e periodi che richiedono un’uniformità complessiva. È quello che di fatto si è realizzato, in modo, però, incerto e surrettizio con la sussidiarietà legislativa introdotta dalla Corte e con il coordinamento della finanza pubblica. Molto meglio prevederla esplicitamente e regolarla»

Perché un amministratore dovrebbe votare Sì al Referendum?
«Perché è da 70 anni che si attende un Senato delle autonomie che dia responsabilità e dignità nazionale in Parlamento alle Autonomie»

Cosa pensa del ddl ‘Chiti Fornaro’ sul metodo di scelta dei futuri senatori?
«Penso che sia una delle soluzioni possibili coerenti con il nuovo dettato costituzionale che vuole i senatori eletti dai Consigli regionali in conformità alle scelte degli elettori»