Cogliere l'opportunità o sopravvivere

Editoriale di Bruno Manzi, Presidente Legautonomie Lazio.

L’elezione del Consiglio metropolitano della Città metropolitana di Roma e quelle per i Presidenti e i Consigli provinciali delle Province di Frosinone, Latina e Rieti (per Viterbo l’appuntamento elettorale è per la prossima primavera) segna l’avvio di una intenso
periodo di lavoro per gli amministratori locali della nostra Regione che avrà importanti riflessi sulla vita quotidiana degli abitanti del Lazio e del sistema economico laziale nel suo complesso. La fase di avvicinamento alla scadenza elettorale ha visto svilupparsi, in particolar modo nell’area romana, un intenso dibattito sul ruolo preponderante, ed a volte definito soffocante, dei comuni capoluogo rispetto agli altri Comuni. Tale ruolo è reso evidente dai meccanismi elettorali (voto ponderato) previsti dalla c.d. legge Delrio.

Il dibattito si è sviluppato tutto sulla necessità di trovare un punto di equilibrio tra la rappresentanza delle istanze del Comune capoluogo e quelle del resto del territorio della Città metropolitana o della nuova Provincia. I termini del dibattito hanno cercato soluzione, per una parte (la rappresentanza), attraverso la composizione delle liste presentate dai partiti e dai movimenti e per un’altra (le competenze) è stato rinviato alla fase “costituente” ed alla redazione dei nuovi Statuti.

Il dibattito che si è venuto sviluppando, anche se spesso ha assunto toni e dimensioni di rivendicazioni campanilistiche e di forte retroguardia culturale, in quanto è restato prigioniero della dimensione istituzionale delle vecchie Province e non si è misurato con le novità prodotte sia dall’istituzione della Città metropolitana, per Roma capitale, né con i riflessi che l’elezione di secondo grado producono nelle nuove Province né con la qualità delle nuove competenze assegnate alla Città metropolitana e della drastica riduzione di quelle delle Province. Fermo restando tale limite le questioni poste non sono prive di fondamento e quindi vanno affrontate nella loro interezza al fine di aiutare tutti noi ad individuare le soluzioni più utili agli interessi del sistema Lazio.

L’oggetto del dibattito che ci ha coinvolto e ci coinvolgerà ancora nel prossimo futuro riguarda la esigenza di trovare il punto di equilibrio nella governance del sistema regionale tra Roma Capitale ed il resto della Regione Lazio al fine, da un lato, di far svolgere il ruolo di motore dello sviluppo nazionale all’area metropolitana romana e, dall’altro, promuovere il riequilibrio delle opportunità all’intero territorio regionale superando antichi e nuovi squilibri sociali ed economici. I termini della questione che abbiamo di fronte sono i seguenti:
  • la presenza nel sistema regionale di una distribuzione della popolazione fortemente polarizzata: oltre il 50% degli abitanti della Regione Lazio sono concentrati in Roma Capitale, la quale pesa rispetto alla propria Provincia (Città metropolitana) per oltre il 73%, mentre Viterbo, Latina e Rieti incidono sulle rispettive Province per un peso variabile dal 20 al 30%, unica eccezione è Frosinone con un peso del 10%. Tale concentrazione demografica, sommata ad una notevole parcellizzazione della distribuzione sui territori provinciali determina conseguentemente un notevole squilibrio nella capacità, per le singole comunità locali, di incidere sui processi decisionali sia a livello regionale che in quelli a livello provinciale.
  • un forte squilibrio delle capacità economiche (il valore aggiunto pro-capite passa dai 38.472 di Rieti fino ai 41.271 di Frosinone rispetto ai 57.542 di Roma) con una concentrazione di opportunità (economiche, sociali, culturali, ecc.) nell’area romana con una forte marginalità del resto delle aree regionali.
  • far coincidere il nuovo ente “Città metropolitana” con il territorio di Roma Capitale, con l’eventuale aggiunta dei comuni di Fiumicino e Ciampino;
  • riorganizzare il resto del territorio regionale in quattro ambiti d’area vasta (Province), con un’ipotesi subordinata a solo due ambiti (nord e sud), nei quali ricomprendere il restante territorio regionale.
  • il bilanciamento del peso dei singoli territori provinciali sui decisori regionali. Infatti i nuovi ambiti territoriali avrebbero pesato (ed eletto consiglieri regionali) al pari di Roma Capitale;
  • il bilanciamento del peso dei singoli ambiti territoriali subprovinciali. Infatti i singoli Capoluogo di Provincia non avrebbero pesato oltre l’11% del relativo territorio provinciale;
  • la Regione Lazio avrebbe svolto un ruolo di bilanciamento degli interessi dei singoli ambiti territoriali e quindi luogo per la sintesi degli stessi;
  • tutti i territori sarebbero stati coinvolti nelle dinamiche economiche e sociali generate da Roma Capitale e quindi coprotagonisti attivi delle stesse;
  • la dimensione metropolitana di Roma Capitale sarebbe stata quella della “sua” regione.
  • la riserva ai soli cittadini di Roma Capitale di eleggere il Sindaco della Città metropolitana;
  • una preponderanza, ancorché moderata dal sistema elettorale, del peso dei rappresentanti di Roma Capitale (450 millesimi distribuiti tra 49 eletti) rispetto a quello dei rappresentati del resto dei comuni (550 millesimi distribuiti tra i restanti 1636 eletti);
  • il bilanciamento della rappresentanza dei territori all’interno della Città metropolitana;
  • gli effetti della forza di attrazione della Città metropolitana nei confronti dei Comuni contermini, attualmente ricompresi nelle altre Province laziali, che già si manifesta con le prime richieste di adesione alla stessa, che rappresenta un reale pericolo per la sopravvivenza della Regione Lazio stessa;
  • il rapporto tra la Regione Lazio, la Città metropolitana di Roma capitale, ed il resto delle comunità locali della Regione Lazio;
  • una duplicità del sistema istituzionale con poteri fortemente differenziati tra la Città metropolitana e le Province, ribadito anche nell’ultimo accordo raggiunto in ambito della Conferenza Unificata sulla ripartizione delle competenze attualmente gestite dalle Province, tra Regioni e Città metropolitane;
  • la definizione di una struttura organizzativa della struttura burocratico amministrativa adeguata all’innovazione istituzionale della Città metropolitana.

Di fronte a tale situazione, in passato, in più occasioni ed anche sulle pagine di questa rivista, abbiamo prospettato soluzioni che, partendo da un’azione di ingegneria istituzionale, provavano ad affrontare i dati di partenza dati al fine di creare le precondizioni per un azione di stimolo allo sviluppo delle aree forti, che potesse fare da traino anche per le aree deboli e marginali, ed determinasse un riequilibrio nei processi decisionali aumentando il peso specifico dei singoli territori rispetto a Roma capitale. Pur essendo stata superata dall’attuale quadro normativo uscito dal Parlamento ritengo di dover riassumerne le linee essenziali ed il senso complessivo in quanto ciò utile ad affrontare le sfide che oggi abbiamo di fronte.

Tale soluzione, al netto del metodo di elezione degli Organi, sarebbe stata possibile ancora con la versione iniziale del d.d.l. Delrio, che faceva coincidere il territorio della Città metropolitana a quello di Roma Capitale (con la possibilità di ampliarlo ad alcuni Comuni contermini). La soluzione adottata dal Parlamento nazionale, e fortemente sollecitata dal parlamentari espressi nella nostra Regione è stata quella di allargare il territorio dell’intera attuale Provincia di Roma.

Oggi, aldilà delle considerazioni postume che taluni ci riconoscono sulla bontà della soluzione da noi prospettata in passato, dobbiamo affrontare la questione nei termini attuali e che sono di fronte a noi:Da oggi in poi la sfida che il sistema politico istituzionale laziale ha di fronte è di trovare, attraverso lo Statuto, la giusta sintesi tra le esigenze e le contraddizioni che non hanno trovato soluzione nel quadro normativo nazionale e regionale predisposto dal legislatore.

Lo Statuto dovrà prevedere l’elezione diretta degli Organi della Città metropolitana.

Ancorché non previsto dalla normativa vigente, dovrà essere predisposto un percorso al termine del quale i Municipi assumano la dimensione istituzionale di Comuni metropolitani e d’altra parte Roma Capitale assuma la dimensione della Città metropolitana.

In questa prospettiva dovranno essere ampliati i compiti ed i poteri dell’Assemblea metropolitana in modo che gli interessi delle comunità locali siano tutelati e valorizzati sia in quanto singole comunità che quali espressioni di ambiti omogenei.

In questo quadro, per specifiche tematiche, dovrà essere previsto una articolazione dell’Assemblea metropolitana entro la quale da un lato i Comuni si esprimono, attraverso un Portavoce d’ambito, in termini unitari quale ambiti omogenei e dall’altro la volontà di Roma capitale sia articolata secondo la dimensione dei Municipi ed espressa dai relativi Presidenti.

Al fine di attenuare la spinta centripeta della Città metropolitana la Regione Lazio dovrà riavviare un forte processo di decentramento amministrativo, sostanzialmente fermo alla legge regionale 14 del 1999 (Presidenza Badaloni) tale da assegnare alle nuove Province funzioni tali da riequilibrare i due ambiti territoriali. In assenza di questa azione riformatrice ed essendo di contro in presenza di un riaccentramento verso il livello regionale è facile prevedere che le spinte da un lato centripete verso Roma capitale e centrifughe, verso le altre regioni condurranno, inevitabilmente, alla necessità del superamento della Regione stessa.

Infine è necessario ipotizzare un nuovo modo di definire la struttura amministrativa dai nuovi Enti di area vasta. Essa dovrà essere in grado di rispondere alla duplicità degli interessi espressi dagli Organi di Governo e degli ambiti da servire. Infatti, da un lato, dovrà essere in grado di esprimere la capacità dar conto all’esigenza di uniformità negli obiettivi finalizzati a realizzare una comunità vasta coesa ed equilibrata in termini di opportunità e di erogazione dei servizi, dall’altro lato, dovrà essere in grado di cogliere le specificità e le esigenza delle singole comunità locali o degli ambiti omogenei.

A tal fine anziché una struttura burocratico piramidale com’è quella attuale dovrà essere sviluppata una struttura a maglia orizzontale in grado di rispondere sia al livello d’area vasta che a quello comunale. Una struttura ad “Agenzie” alle quali mettere a disposizione le opportune risorse umane, finanziarie e strumentali e regolate nei rapporti e negli obiettivi da veri e propri “contratti di servizio” sia tra la singola “Agenzia” con l’ente di area vasta sia tra la singola “Agenzia e i comuni singoli od articolati per aree omogenee ed i municipi.